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DEL P. VENTURI

ALL'EDIZIONE DI LUCCA DEL 1732.

I frontispizi de' libri, per il millantare che fanno la maggior parte di loro, e promettere assai più di quello che mantengono, sono venuti oramai in tanto discredito, che i lettori sagaci non credono, se non vedono, e si chiariscono colla lettura almeno di buona parte del libro. Questa medesima disgrazia io rifletto che incontrerà ancora il mio frontispizio, ch' essendo, a ben considerarlo, assai magnifico nelle sue promesse, si crederà usare il solito stile da scusarsi per avventura dalla bugia, come si scusa il parlare per iperbole o per cirimonia; e generalmente il parlar per figura. Ma chi leggerà almeno buona parte di questo comento, si chiarirà che il mio frontispizio non è nè iperbolico, nè cirimonioso, o altrimenti figurato, giacchè mantiene per l'appunto ciò che promette. Promette di dichiarare il senso, non l'allegorico, e il morale, ma il solo letterale; e ciò con brevità e sufficienza (due parole, come vedete, di non piccol vanto) e con diversità in più luoghi dagli altri Comentatori. Or io vi dico che tutto ciò troverete mantenervisi puntualmente: anzi che quanto all'ultimo, vi so dire che si mantiene assai più di quello che possiate avvedervi dal leg

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gere questo solo comento, e senza rincontrarie cogli altri: per la qual cosa non avete a credere che dovunque non si citano e si rigettano le interpretazioni o di Benvenuto da Imola o di Cristoforo Landino, o di Alessandro Vellutello, ò di Francesco Buti, o di Bernardino Daniello ec. noi ci acccordiamo sempre nell' interpretare con esso loro. Addio brevità, se sempre avessimo voluto mostrare dove altri chiosano diversamente, e confutare l'altrui e sostenere la propria sentenza. Troppi più dunque di quelli che si citano, sono i luoghi ne'quali, bene, o male che facciamo, interpetriamo diversamente dagli altri: da i quali inoltre ci diversifichiamo, massime in due altre notabili proprietà: la prima, che non trapassiamo mai la difficoltà, dissimulandola senza nè pur farne motto (goffa, e sgradita disinvoltura di molti comentatori) tal che non avrete mai a dolervi, che saltiamo il fosso, se pure non sarà un fosso da pigmeo: la seconda, che dove sta bene il farlo, non lasciamo d'av vertire il Lettore de sentimenti del Poeta, talora non ben conformi alla più sana dottrina, e molto meno alla riverenza dovuta ai Pontefici romani. Non già che sia nostro assunto di far ciò ad ogni passo che meriti per qualunque titolo disapprovazione; ma per ordinario si farà solamente, dove s'apprenda pericolo di qualche inciampo e scandalo de' pusilli: ben sapendosi, non ogni sentimento anche reprobo che si legga in qualsivoglia scrittore, essere scandaloso, e in fatti pernicioso: altrimenti, come si permetterebbe nelle scuole cattoliche la lettura, e lo studio dell' opere, per esempio di Cicerone e di

gì in niun luogo interi combatterono, ma i Cavalieri soli, e dipersè senza sussidio di Pedoni, e i Pedoni poi dipersè senza sussidio dei Cavalieri. Ma dalla parte de' Fiorentini addivenne il contrario: che per esser fuggiti i loro Cavalieri alla schiera pedestre, si ferono tutti un corpo, e agevolmente vinsero, prima i Cavalieri, e poi i Pedoni. Questa battaglia racconta Dante in una sua epistola, e dice esservi stato a combattere, e disegna la forma della battaglia. E per notizia della cosa, sapere dobbiamo, che Uberti, Lamberti, Abati, e tutti li altri Usciti di Firenze erano con li Aretini; e tutti gli Usciti d'Arezzo Gentiluomini, e Popolani, e Guelfi, che in quel tempo tutti erano scacciati, erano co' Fiorentini in questa battaglia. E per questa cagione le parole scritte in Palagio dicono: Sconfitti i Ghibellini a Cerlomondo, e non dicono: Sconfitti gli Aretini: acciocchè quella parte degli Aretini, che fu col Comune a vincere, non si potesse dolere. Tornando dunque al nostro proposito, dico, che ante virtuosamente si trovò a combattere per la Patria in questa battaglia. E vorrei, che il Boccaccio nostro di questa virtù avesse fatta menzione, più che dell' amore di nove anni, e di simili leggierezze, che per lui si raccontano di tanto uomo. Ma che giova a dire? La lingua pur va dove il dente duole; e a chi piace il bere, sempre ragioną di vini. Dopo questa battaglia tornatosi Dante a casa, alli studj più ferventemente, che prima si diede: e nondimanco niente tralasciò delle conversazioni urbane e civili. Ed era mirabil cosa, che studiando continuamente, a niuna persona sarebbe paruto ch'

egli studiasse, per l'usanza lieta, e conversazione giovanile. Perlaqualcosa mi giova riprendere l'errore di molti ignoranti, i quali credono, niuno essere studiante, se non quelli, che si nascondono in solitudine, ed in ozio: e io non vidi mai niuno di questi camuffati, e rimossi dalla conversazione delli uomini, che sapesse tre lettere. L'ingegno grande e alto non ha bisogno di tali tormenti; anzi è verissima conclusione e certissima, che quelli, che non apparano tosto, non apparano mai: sicchè stranarsi, e levarsi dalla conversazione è al tutto di quelli, che niente sono atti col loro basso ingegno ad imprendere. Nè solamente conversò civilmente Dante con gli uomini, ma ancora tolse moglie in sua giovanezza; e la moglie sua fu Gentildonna della Famiglia de' Donati, chiamata per nome Madonna Gemma, della quale ebbe più figliuoli, come in altra parte di quest'opera dimostreremo. Qui il Boccaccio non ha pazienza, e dice, le mogli esser contrarie alli studj; e non si ricorda, che Socrate, il più nobile Filosofo, che mai fusse, ebbe moglie, e figliuoli, e ufici della Repubblica della sua Città: e Aristotile, che non si può dir più là di sapienza e di dottrina, ebbe due mogli in varj tempi, ed ebbe figliuoli, e ric chezze assai. E Marco Tullio, e Catone, e Varrone, e Seneca, latini sommi Filosofi tutti, ebbero moglie, uffici, e governi nella repubblica. Sicchè perdonimi il Boccaccio; i suoi giudicj sono molto fievoli in questa parte, e molto distanti dalla vera opinione. L'uomo è animale civile, secondo piace a tutti i Filosofi. La prima cougiunzione, dalla quale multiplicata nasce la Cit

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