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risolversi in progresso, che è ciò a cui ogni onesto studio deve intendere. A tutte le opinioni non si può certo fare buon viso, senza irrogare oltraggio all' opinione propria e, spesso, alla propria coscienza; per ciò molte volte il combattere è un sacro dovere, combattere viris et equis, come dicevano i nostri antichi, senza trovar mai necessario (una delle poche volte ch'io dissento da Dante) che a certe opinioni, per quanto gravi e pericolose, si debba rispondere, non colle parole, ma col coltello (1); e ripensando almeno che Antonio Rosmini ha scritto un bel libretto, che s'intitola Galateo dei letterati. Checchè ne sia, io mi confido, miei carissimi alunni, che voi avrete ben riconosciuto e potrete sempre far fede che nelle lezioni, pur parlando d' opinioni in tutto opposte alle mie, mi sono sempre ingegnato di educarvi secondo la cristiana norma del grande Agostino : diligite homines, interficite errores; dalla quale, come ruscello da limpida fonte, rampolla quest' altra : in necessariis unitas, in dubiis libertas, in omnibus charitas. E si è per questo che francamente dichiaro, che se mai nel caldo della disputa, qualche parola mi fosse sfuggita, che alla detta norma non si convenga, io fin d'ora con libero animo la ritratto, sia ch'essa risguardi viventi, sia che morti; e a voi e ai lettori ne faccio le mie scuse più umili e sincere. Per quanto poi concernesse a qualsiasi errore, in ch'io potessi esser caduto contra alla fede e a quanto la Chiesa cattolica insegna, rinnovo con tutto candore quella specie di professione di fede, con che Pietro di Dante termina il suo commento del paterno Poema, e ch' io a bello studio posi in fine del Commento mio.

XXV.

Ho esposto con tutta schiettezza le mie idee; ma con altrettanta dichiaro che è ben lungi da me la presunzione d' aver fatto cosa rilevante; m'erano d'ostacolo le qualità del mio ingegno, e più ancora il campo oramai immensurabile, nel quale si svolgono gli studi danteschi; ma quale esso sia il mio Commento, in che differisca dagli altri, in che resti loro addietro, in che (è orgoglio sperarlo?) gli avvantaggi, quale contributo insomma possa recare allo studio di Dante, lo diranno altri; m'auguro giudici non dirò indulgenti, ma conscii e degni del loro officio, cioè discreti, perchè la discrezione nasce da scienza e da rettitudine, le due più belle qualità che possano desiderarsi in un critico : allora dalle critiche c'è da imparare e da correggere (che è ciò che importa) e da ringraziare : ma che dovrei farmene delle censure (e magari anche delle lodi) di certi critici che troppo spesso fan vedere che non han letto o non intendono ciò che con solenne sicumera voglion giudicare? E tal guaio non fu, anni addietro, rilevato e biasimato da Vittorio Bersezio? Agli errori dimostrati non resta che onestamente chinare il capo, e altrettanto onestamente recitare il mea culpa. Ma quando avvenisse che il critico, per fare l'ingegnoso e cercarvi col fuscellino s’armasse d'occhiali (e improbe facit, qui in alieno libro ingeniosus facit, mi pare che dica Marziale), e ricorresse a imputazioni, a dubbi, sovrattutto scaturienti da pregiudizi religiosi, o da spirito di partito e da quistioni, che dicon politiche, voi saprete difendere la rettitudine e lo spassionato intento del

(1) Conv., IV, 14.

vostro maestro. Ad ogni modo, non parmi di esser troppo esigente, se ai
critici domando che prima di profferire il loro giudizio leggano per intiero
1 opera mia, e mostrino d'averla letta; allora, e allora solo, il critico avrà
diritto che sien prese sul serio le sue osservazioni.

XXVI.

E ora al mio lavoro, qualunque sia, auguriamo prosperi i venti;
che se mai un qualche premio dalle durate fatiche mi potessi augurare,
dico lealmente che quello sarebbe che l'opera mia non fosse indegna
del grande Poeta, non indegna del grande Pontefice, che a onor di
Dante e ad utile vostro fondò questa Cattedra; e tale che a voi, sparsi
per il mondo, torni di stimolo a procedere di per voi in questi studi
benefici, e a raffermarvi in quei sani principj, in quegli efficaci propositi,
in quella costante operosità, che nella scuola mi sono ingegnato di ve-
nirvi istillando. Che voi siate ben disposti a questi studi, me ne son
caparra il vostro profitto e l'amor vivo che portate a Dante; e come
alcuni già usciti di questa scuola operan già sì bene (e n' ho sicuri
documenti) o nell'insegnamento o con utili pubblicazioni, così ho per
certo che il numero di siffatti andrà ognora cresce

scendo, e io potrò così
consolarmi sempre meglio colla sentenza del Tommasco, che in tali
studi il giovane bene avviato è il più idoneo maestro a stesso (1). Che
siate grati al grande Pontefice per avervi dato mezzo d' esercitarvi in
tali studi, lo scorsi e lo scorgo dai caldi sentimenti che per ciò ad ora ad
ora gli venite manifestando ne' vostri lavori scolastici; ma tenete per
termo che più ancora gli saprete grado a mano a mano che coll' espe-
rienza vandrete accorgendo quanto utile siffatti studi vi porgeranno
ad esercitare più efficacemente e più onorevolmente quei ministeri, che
alla Provvidenza piacerà di affidarvi.

Che Dio vi guidi sempre, e che lo studio del sommo Poeta vi rischiari
la via e vi innamori costante d'ogni vera e cristiana grandezza, così che
al rifarvi sulla sua Commedia, ognuno di voi possa ripetersi ciò che
l' Allighieri della sua Beatrice :

Io non la vidi tante volte ancora,
Ch' io non trovassi in lei nuova bellezza (2).

Vostro affezionatissimo

D. G. POLETTO
Prelato Domestico di S. Santità.

(") Cf. Op. cit., vol. I, pag. XCVIII.

(*) Canzonicre, Part. II, canz. x, st. 5. In tutte le citazioni delle Opere Minori di Dante,
seguo sempre le edizioni che ne fece il Giuliani.

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