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Caeruleis maestae vittis atraque cupresso,
Et circum Iliades crinem de more solutae;
Inferimus tepido spumantia cymbia lacte
Sanguinis et sacri pateras, animamque sepulcro
Condimus et magna supremum voce ciemus.
Inde, ubi prima fides pelago, placataque venti
Dant maria, et lenis crepitans vocat auster in al-
(tum,
Deducunt socii naves et litora complent.
Provehimur portu, terraeque urbesque recedunt.
Sacra mari colitur medio gratissima tellus
Nereidum matri et Neptuno Aegaeo,
Quam pius Arcitenens, oras et litora circum
Errantem, Mycon celsa Gyaroque revina.it
Immotamque coli dedit et contemnere ventos.
Huc feror, haec fessos tuto placidissima portu
Accipit. Egressi veneramur Apollinis urbem.
Rea Anius, rea idem hominnm Phoebique sacerdos,
Vittis et sacra redimitus tempora lauro,

67. Animamque sepulcro. Si credeva che le ombre degl'in

sepolti andassero errando cento anni prima di poter passare lo Stige. Funebre cerimonia era il chiamare il defunto ad alta voce, e dirgli tre volte addio.

69. Ubi prima fides. Vale a dire ubi fidem pelago habere

coepimus.

72. Recedunt. L' Ariosto: Intanto fugge e si dilegua il lito. 73. Sacra. Vedi Callimaco, Inno a Delo. 75. Pius. Grato verso l'isola in cui era nato.

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Ivi ergemmo a suoi mani are, de tristi
Fregi adornate di cerulee bende
E cipressi lugùbri, e, come è usanza,
Stavano intorno con disciolto crine
Le iliache donne; al suol tepido latte
E sangue di svenate ostie dai pieni
Vasi spargemmo, e quando entro il sepolcro
L'alma fu rivocata, ad alte grida
Dicemmo l'affannoso ultimo vale.
Indi appena che il mar si mostra fido,
E la tranquilla e blanda aura promette
Cammin securo, e lene mormorando
Austro c'invita a sciogliere, i compagni
Ritraggono le navi, e tutto il lido
N empiono. Usciam dal porto, e da noi lungi
Vanno campi e città. Giace nel mezzo
Del mar dilettosissima una terra
A Dori sacra ed a Nettuno Egeo,
Che alle spiagge ed ai lidi errante intorno
Fu dal pio nume arcier ben saldamente
Stretta coll'alta Micone e con Giaro
Sì che immobile e colta ebbe de venti
L'impeto a scherno. Io là son tratto, e quella
Placidissima terra entro securo - -
Porto stanchi ci accoglie. Al lido scesi
Veneriam la città cara ad Apollo.
Il rege Anio, che insiem d'uomini è rege
E sacerdote dell'intonso nume,
Incontro ne si fa cinto le tempie
Di bende e sacro alloro. Ei riconosce

Occurrit, veterem Anchisen agnoscit amicum. Iungimus hospitio deatras, et tecta subimus. Templa dei savo venerabar structa vetusto: 85 Da propriam, Thymbraee, domum! Da moenia fessis Et genus et mansuram urbem / Serva altera Troiae Pergama, reliquias Danailm atque immitis Achillit Quem sequimur, quove ire iubes, ubi ponere sedes? Da, pater, augurium atque animis illabere nostris. 90 Via ea fatus eram, tremere omnia visa repente, Liminaque laurusque dei, totusque moveri Mons circum, et mugire adytis cortina reclusis. Submissi petimus terram, et voa fertur ad aures: Dardanidae duri, quae vos a stirpe parentum 95 Prima tulit tellus, eadem vos ubere laeto Accipiet reduces: antiquam eacquirite matrem. Hic domus Aeneae cunctis dominabitur oris, Et nati natorum et qui nascentur ab illis.

84. Structa Semplicemente s'intenda un tempio antico.

85. Thymbraee. Così detto perchè venerato dai Troiani in un tempio presso al fiume Timbrio, affluente dello Scamandro.

90. Tremere. Sogliono i poeti annunciare la presenza d'un Dio con qualche segno soprannaturale, fingendo che tutte le cose si commovano al sentir l' appressarsi del nume.

93. Petimus. Frase lucreziana per dire ci prostrammo subito a terra.

94. Duri. L' Heyne interpreta tot labores experti. Il Taubman laboriosi.

98. Et nati. Il Tasso Ger. c. 10:

De' figli i figli, e chi verrà da quelli.

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Anchise che da molti anni era unito
In amistade a lui. Sono le destre
Ospitalmente allor congiunte, e noi
Nelle sue soglie entriamo. Io venerava
Il costruito di vetusto sasso
Tempio di Febo: Danne asilo in una
Propria casa, o Timbreo, dona a noi stanchi
Mura e stirpe e durevole cittade;
La nuova iliaca Pergamo assecura,
De' Greci avanzo e dell'iroso Achille.
Qual sarà 'l nostro duce? Ove comandi
Che dirizziamo il corso, e che poniamo
Le sedi? O padre, deh rendi un augurio,
E deh benigno ai nostri animi spira.
Ciò dissi appena, che ogni cosa parve
Tremasse d'improvviso e il limitare
E l'alloro del Dio; si scosse tutto ,
A cerchio il monte, e la cortina, schiusi
I sacrarii, muggi. Noi reverenti
Cademmo al suolo, e tal s'udì una voce:
Pazienti Dardanidi, la terra
Che dalla schiatta degli antichi padri
Primiera vi nutrì, nel suo ferace
Seno fia che vi accolga. Ite cercando
La madre antica. Ivi sul mondo intero
Dominerà d'Enea la stirpe, e i figli
De figli e quei che nasceran di loro.

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Haec Phoebus; mia toque ingens e corta tumultuo
Laetitia, etcuncti, quae sint ea moenia, quaerunt,
Quo Phoebus vocet errantes iubeatgue reverti.
Tum genitor, veterum volvens monumenta virorum,
Audite, o proceres, ait, et spes discite vestras.
Creta Iovis magni medio iacet insula ponto,
Mons. idaeus ubi et gentis cunabula nostrae;
Centum urbes habitant magnas, uberrima regna,
Maximus unde pater, si rite audita recordor,
Teucrus rhoeteas primam est advectus ad oras
Optavitgue locum regno. Nondum Ilium et arces
Pergamene steterant; habitabant vallibus imis.
Hine mater cultric Cybele, corybahtiaque aera,
Idaeumque nemus; hine fida silentia sacris,
Et iuncti currum dominae subiere leones.
Ergo agite et, divilm ducunt qua iussa, sequumur,
Placemus ventos, et gnossia regna petamius,
Nec longo distant cursu; modo Iupiter adsit,
Tertia lua classem cretaeis sistet in oris.
Sic fatus, meritos aris mactavit honores,

103. Audite, o proceres. Il C. ha: SIGNoR1, udite, 111. Corybantia aera. I coribanti onoravano la Dea Cibele sonando cembali ed altri strepitosi istrumenti.

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