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prime fila della cavalleria alla battaglia di Campaldino, l' anno 1289, nella quale dopo una resistenza ostinata, gli Aretini furono vinti. Servì ancora contro ai Pisani l'anno di poi, anno fatale per lui a motivo della perdita che fece di Beatrice. Cercò egli, l' anno appresso, la sua consolazione in un matrimonio che non procaccidgli che dei disgusti. Ne assicurano alcuni istorici della sua vita che cotal moglie, d'una delle più potenti famiglie del partito Guelfo, fu presso a poco per lui ciò che già fu Santippe per Socrate; ma forse non ebbe egli la pazienza medesima di sofferirla.

I Guelfi erano da lungo tempo rimasti padroni di Firenze, ed i Ghibellini n'erano stati espulsi ; ma in mezzo a' Guelfi stessi si levarono de' nuovi romori fralle due famiglie dei Cerchi e dei Donati. Su quel torno simili ne accaddero a Pistoja frai due rami d'una sola famiglia, quella dei Cancellieri che per distinguersi prese, nelle due fazioni che sen formarono, i titoli di Bianchi e di Neri. I capi d'ambo i partiti, come il Machiavelli è d'avviso, volendo o metter fine alle loro scissure, o accrescerle mischiandole alle straniere, si portarono a Firenze.

I Fiorentini, che non poteano accordarsi fra loro, intrapresero d'accordar quei di Pistoja. La prima cosa che questi fecero, come preveder si dovea, fu di legarsi, i Bianchi coi Cerchi, ed i Neri coi Donati, ciocchè sopraminodo aumento la fermentazione e 'l tumulto. I due partiti arrolati d'oro innanzi sotto i nomi di Bianchi e di Neri si abbando

narono ai più grandi eccessi. Riunironsi i Neri nella chiesa della Trinità. Il risultato dei lor pensamenti restò qualche tempo secreto; ma s'intese in seguito ch'eransi essi maneggiati col Papa Bonifacio VIII, affine ch'egli impegnasse il fratello di Filippo il Bello, Carlo di Valois, dal pontefice attirato in Italia per altre sue mire, a venire a Firenze onde quietar le scissure, e riformare lo stato.

I Bianchi, irritati da simile risoluzione, s' assembrarono ; prendon le armi, recansi a trovare i priori, ed accusano i lor nemici d'avere, nel consiglio privato, osato di decidere sullo stato della repubblica. I Neri s' armano dal canto loro, vanno presso i priori a dolersi ch' abbiano ardito i nemici di riunirsi ed armarsi senza l'ordine dei magistrati, ed insistono perchè essi sieno puniti come perturbatori della pubblica tranquillità. Stavano le due fazioni sulle armi, e la città nella rivolta e nel terrore. I priori imbarazzati seguirono il consiglio di Dante, che mostrò in tale occasione la prudenza e la fermezza d'un magistrato. Mandarono essi in esilio i capi dei due partiti, i Neri alla Pieve, presso la bella e rinomatissima città di Perugia (il cui lago Trasimeno, sì famoso nelle Italiche istorie, sarà sempre la mia patria diletta) ed i Bianchi a Sarzana. I Neri esiliati alla Pieve accusarono Dante di aver solo pensato in tutto questo emergente a favorire i Bianchi, avendo addottato il loro partito, ed a render vuota d'effetto la deliberazione che appellava a Firenze Carlo di Valois.

Il vecchio papa, che vedeva che i Cerchi od i Bianchi prendevano l'avvantaggio, e che non ignorava esservi tra loro un numero grande di Ghibellini, temeva che i Donati od i Neri, i quali erano quasi tutti Guelfi, non soccombessero interamente, e non fossero in ultimo esclusi dal governo della repubblica: Egli dunque avea risoluto che Carlo di Valois entrerebbe in Firenze colle sue truppe. Carlo vi entrò, e a dispetto degli accordi fatti sen rese assoluto signore. Dopo il partito preso da Dante, non poteva egli comparire innocente nè al principe e nè pure ai Donati, ritornati già trionfanti dal loro esiglio. Egli era allora ambasciator presso il papa, per cercar di piegarlo e di ricondurlo a punti di moderazione e di pace. Mentre serviva la sua patria a Roma, gli si eccitò contro il popolo di Firenze, che corse alla sua casa, la saccheggiò, la demolì anche del tutto, e devastò le sue proprietà. Decisa una volta la sua rovina, facilmente gli s'imputarono dei delitti. Fu bandito, e venne altresì condannato ad una multa di 8 mila lire. Inabile a soddifarla, soggiacquero i suoi beni alla confisca, benchè saccheggiati di già per lo innanzi. Il furor del partito vittorioso non videsi mica ammorzato dal suo esiglio e dalla sua rovina: una seconda sentenza condannollo per contumacia co' suoi aderenti nientemeno che ad essere bruciati 'vivi, barbarie di que' tempi d' inimicizie e di sangue. Niuno istorico, niuno autore imparziale l’an creduto colpevole di concussioni che si vollero commesse da lui nell' esercizio della sua carica e che servirono di pretesto alla sua proscrizione; ma in tempo di rivolte e dissensioni politiche, non vi è nulla a stupire nè su tali calunnie nè sul loro successo.

Al primo romore della sentenza, Dante partì da Roma, irritatissimo contra Bonifacio, dubitando che l'avesse trattenuto presso di lui, mentre egli stava tessendo simile trama a Firenze, Se si vuol giudicare sul carattere conosciuto di questo papa, non sarà guari difficile di ciò credere. Si sa bene com' ei si serviva pei suoi disegni di Carlo di Valois, fratello del re di Francia; e al tempo stesso preparava contro di questo re delle

cabale sorde, seguite bentosto da quelle scandalose que· rele che finirono per la prigionia dentro Anagni, per gli

accessi frenetici a Roma, e per la morte violenta d'un tanto ambizioso pontefice. Resesi Dante primamente in Siena ad oggetto di prendere una conoscenza più particolare de' fatti. Quando ne fu istrutto, egli parti per Arezzo, ove coloro raggiunge del partito dei bianchi, ch'erano stati esiliati del pari. E' là ch'egli contrasse amicizia con Bosone di Gubbio, il quale resegli qualche tempo appresso de' grandi servigj. Bosone era Ghibellino, esiliato egli stesso da Firenze, due ami innanzi, con tutti quelli del suo partito.

Dante ed i suoi amici furon forzati dalle persecuzioni del papa a divenire al.. tresì Ghibellini; infelice condizione degli uomini molto energici per desiderare l'indipendenza, ma troppo deboli per conseguirla senza l'appoggio d'un: straniera possanza!

Scorso alcun tempo, gli esiliati fecero un tentativo onde rientrare armata mano nella lor patria. Giungero ad accozzare mille e seicento cavalli, e novemila d'infanteria. Questo accadde nel 1304. Si presentarono essi a due miglia da Firenze, e vi gettarono lo spavento: penetrarono anche nella città ; ma le operazioni furono mal dirette, e mischiatasi la confusione trai differenti corpi, si videro assolutamente costretti a ritirarsi. Credesi che Dante seguisse siffatta spedizione, il cui pessimo successo gli tolse ogni speranza di rientrar nella patria. Rifugiossi allora in Padova, poi nella Lunigiana, in casa del marchese Malaspina, in seguito a Gubbio, dall'amico Conte Bosone; finalmente a Verona, presso gli Scaligeri, o i Signori della Scala, che vi tenevano una corte brillante. Venne da essi accolto e trattato col massimo onore; ma la fierezza del suo carattere, che la sfortuna ingrandiva in luogo d' abbattere, rendevalo poco acconcio a vivere in una corte. La libertà delle maniere, e più ancora de' suoi discorsi non tardarono a dispiacere. Un giorno l'un dei due principi gli dimandò, in mezzo a gran numero di cortigiani, perchè mai molte genti più trovasser piacevole un buffone, uno sciocco e balordo, ch'esso che avea tanto spirito e tanta saggezza. Dante rispose senza esitare: Nulla vi è da stupire : E' la simpatia e la rassomiglianza de' caratteri che genera le amicizie. Visto il loro raffreddamento a suo riguardo, egli si ritirò senza inimicarsi, e conservando ogni gratitudine per l' uno degli Scaligeri, celebre sotto il nome di Can Grande,

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